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Si può andare indietro nel tempo?

Written by Simone Pollara

Tempo negativo: il sorprendente esperimento che sta cambiando il modo in cui i fisici interpretano il tempo

Quando si parla di tempo, quasi tutte le nostre intuizioni sembrano solide. Sappiamo che il passato viene prima del presente, che il presente viene prima del futuro e che gli eventi avvengono secondo una precisa successione temporale. Una palla deve essere lanciata prima di arrivare a destinazione, una lampadina deve essere accesa prima di illuminare una stanza e un fotone deve entrare in un materiale prima di uscirne. Questa idea è così radicata nella nostra esperienza quotidiana che raramente ci fermiamo a riflettere sul fatto che potrebbe non essere universale.

La fisica moderna, tuttavia, ha dimostrato più volte che il mondo microscopico segue regole molto diverse da quelle che osserviamo nella vita di tutti i giorni. La meccanica quantistica, sviluppata nel corso del XX secolo, ha introdotto concetti che sfidano il senso comune: particelle che si comportano come onde, oggetti che possono trovarsi in più stati contemporaneamente e fenomeni che sembrano influenzarsi istantaneamente a distanza. Negli ultimi anni, a questa lista si è aggiunto un nuovo risultato che ha attirato l'attenzione di fisici e divulgatori: la misurazione sperimentale di un cosiddetto tempo negativo.

La notizia è stata spesso riportata dai media con titoli sensazionalistici che parlavano di "viaggio nel tempo" o di "particelle che tornano nel passato". In realtà la situazione è molto più complessa e, per certi aspetti, ancora più interessante. I ricercatori non hanno costruito una macchina del tempo né osservato fenomeni che violano la relatività di Einstein. Hanno invece misurato una quantità fisica associata all'interazione tra luce e materia che, secondo le definizioni utilizzate in meccanica quantistica, assume un valore negativo.

Per comprendere il significato di questo risultato è necessario analizzare con attenzione cosa si intende per tempo in fisica, come è stato progettato l'esperimento e perché il valore ottenuto non rappresenta un vero e proprio scorrere del tempo all'indietro. Solo allora sarà possibile capire perché questa scoperta ha suscitato tanto interesse nella comunità scientifica e quali interrogativi potrebbe aprire per il futuro.

Il problema del tempo nella fisica moderna

Il concetto di tempo è molto più difficile da definire di quanto possa sembrare. Nella fisica classica sviluppata da Isaac Newton il tempo era considerato una grandezza assoluta, uguale per tutti gli osservatori e indipendente dagli eventi che accadono nell'universo. Due persone che osservano lo stesso fenomeno avrebbero sempre concordato sulla durata di un processo e sull'ordine temporale degli eventi.

All'inizio del Novecento questa visione venne rivoluzionata dalla teoria della relatività di Albert Einstein. Secondo la relatività, il tempo non è assoluto ma dipende dal sistema di riferimento dell'osservatore. Due persone che si muovono a velocità diverse possono misurare intervalli temporali differenti tra gli stessi eventi. Questo effetto, noto come dilatazione temporale, è stato confermato sperimentalmente in numerose occasioni e rappresenta oggi uno dei pilastri della fisica moderna.

Nonostante la relatività abbia modificato profondamente il nostro modo di interpretare il tempo, essa conserva comunque una caratteristica fondamentale: il rapporto di causa ed effetto. Una causa deve sempre precedere il suo effetto e nessuna informazione può propagarsi più velocemente della luce. Questo principio garantisce che gli eventi mantengano una struttura logica coerente.

La meccanica quantistica introduce però ulteriori difficoltà. In questa teoria il tempo non viene trattato come una normale osservabile fisica, come la posizione o la velocità. Mentre esistono operatori matematici che permettono di descrivere con precisione grandezze come energia, quantità di moto e spin, il tempo assume un ruolo diverso, entrando nelle equazioni come parametro esterno. Questa particolarità ha portato i fisici a interrogarsi per decenni su cosa significhi realmente misurare il tempo in un sistema quantistico.

Una delle domande più difficili riguarda il cosiddetto tempo di permanenza. Se una particella attraversa una regione dello spazio, quanto tempo trascorre realmente al suo interno? Nel mondo macroscopico la risposta sembra ovvia: basta registrare l'istante di ingresso e quello di uscita. Nel mondo quantistico, invece, una particella non segue necessariamente una traiettoria ben definita. Può essere descritta da una funzione d'onda distribuita nello spazio e il concetto stesso di percorso diventa ambiguo.

È proprio da questo problema teorico, studiato per oltre mezzo secolo, che nasce il fenomeno del tempo negativo osservato recentemente in laboratorio.

L'origine teorica dei tempi negativi

L'idea che una particella possa trascorrere un tempo negativo in una determinata regione dello spazio non nasce dagli esperimenti recenti. Le prime formulazioni teoriche risalgono agli anni Sessanta, quando diversi fisici iniziarono a studiare il comportamento delle particelle durante i processi di diffusione quantistica, noti come fenomeni di scattering.

Quando una particella incontra un ostacolo, ad esempio una barriera di potenziale, la meccanica quantistica permette scenari impossibili nella fisica classica. Una delle conseguenze più famose è l'effetto tunnel, secondo cui una particella può attraversare una barriera energetica anche se non possiede l'energia necessaria per superarla nel modo tradizionale. Durante questi processi emersero diverse definizioni matematiche del tempo trascorso dalla particella nella regione interessata.

Alcuni calcoli mostrarono che determinate quantità temporali potevano assumere valori negativi. Questo risultato appariva paradossale e per molti anni venne interpretato come una semplice curiosità matematica priva di significato fisico reale. Molti ricercatori ritenevano che tali valori derivassero dalle particolari definizioni utilizzate nelle equazioni e non rappresentassero qualcosa di concretamente misurabile.

La situazione si complicò ulteriormente con lo sviluppo delle cosiddette misure deboli (weak measurements), una tecnica introdotta negli anni Ottanta da Yakir Aharonov e collaboratori. Questa metodologia consente di ottenere informazioni su un sistema quantistico senza alterarlo in modo significativo. Attraverso misure deboli, alcune grandezze possono assumere valori apparentemente impossibili, superiori ai limiti previsti o addirittura negativi quando intuitivamente dovrebbero essere positive.

Per decenni il dibattito rimase principalmente teorico. I fisici disponevano di modelli matematici che prevedevano tempi negativi, ma mancava una dimostrazione sperimentale convincente che collegasse tali quantità a un fenomeno osservabile. La domanda fondamentale era semplice: questi tempi negativi descrivono qualcosa che esiste realmente in natura oppure sono soltanto il risultato di una particolare formalizzazione matematica?

La risposta ha iniziato ad arrivare grazie a un esperimento condotto presso l'Università di Toronto, che ha fornito una delle evidenze più solide mai ottenute a favore dell'esistenza fisica di questi effetti.

L'esperimento che ha osservato il tempo negativo

Per verificare le previsioni teoriche, i ricercatori hanno costruito un apparato sperimentale estremamente sofisticato basato sull'interazione tra fotoni e atomi ultrafreddi di rubidio. L'obiettivo non era misurare il tempo nel senso tradizionale del termine, ma determinare quanto a lungo l'energia associata a un fotone rimanesse immagazzinata all'interno del sistema atomico durante il processo di diffusione.

Gli scienziati hanno preparato una nube composta da milioni di atomi raffreddati a temperature vicine allo zero assoluto. In queste condizioni il moto termico degli atomi diventa estremamente ridotto e il sistema può essere controllato con grande precisione. Successivamente sono stati inviati impulsi luminosi attraverso la nube e sono state monitorate le interazioni tra i fotoni incidenti e gli atomi.

Quando un fotone attraversa il mezzo, parte della sua energia può essere temporaneamente assorbita dagli atomi, che entrano in uno stato eccitato. Dopo un breve intervallo di tempo gli atomi ritornano allo stato iniziale restituendo l'energia al campo elettromagnetico. Analizzando accuratamente questo processo, i ricercatori hanno potuto stimare il cosiddetto tempo di permanenza dell'energia nel sistema.

Il risultato più sorprendente è stato che, in determinate condizioni sperimentali, il valore medio ottenuto risultava negativo. In alcuni casi il tempo misurato era vicino a $-0,82\tau_0$, dove $ \tau_0 $ rappresenta un tempo caratteristico del sistema studiato. Questo significa che, secondo la definizione utilizzata, il contributo medio dell'interazione appariva come se l'energia fosse rimasta nel sistema per un intervallo inferiore a zero.

È importante sottolineare che nessun singolo fotone è stato osservato uscire dalla nube prima di entrarvi. L'effetto emerge esclusivamente dall'analisi statistica di un enorme numero di eventi quantistici e dalla particolare definizione fisica del tempo associata al processo. Ciò nonostante, il risultato rappresenta una delle prime dimostrazioni sperimentali dirette che i tempi negativi previsti dalla teoria possono manifestarsi in un sistema reale.

Perché non si tratta di un viaggio nel passato

La prima reazione di molte persone davanti a questi risultati è pensare a una violazione della causalità o alla possibilità di inviare informazioni nel passato. Questa interpretazione, per quanto affascinante, è completamente errata.

La relatività speciale continua a essere perfettamente valida. Nessuna informazione è stata trasmessa più velocemente della luce e nessun evento è stato osservato accadere prima della propria causa. I fotoni seguono ancora le leggi fondamentali della fisica e il rapporto causa-effetto rimane intatto.

Il motivo è che il tempo negativo osservato non coincide con il tempo ordinario misurato da un orologio. Si tratta invece di una quantità derivata da proprietà statistiche e interferenziali del sistema quantistico. In altre parole, non stiamo misurando direttamente "quanto tempo passa", ma una grandezza matematica che descrive il modo in cui diverse componenti della funzione d'onda contribuiscono all'evoluzione del sistema.

Le interferenze quantistiche possono produrre effetti controintuitivi. Così come due onde possono sommarsi o cancellarsi reciprocamente, anche i contributi associati ai diversi percorsi quantistici possono combinarsi in modo da generare valori medi negativi. Questo non implica che qualcosa si sia mosso all'indietro nel tempo, ma semplicemente che il sistema non può essere interpretato con le stesse categorie intuitive utilizzate nella fisica classica.

Il vero valore della scoperta non consiste quindi nell'aver trovato un modo per alterare il passato, bensì nell'aver mostrato che il concetto di tempo, quando viene applicato ai processi quantistici, è molto più ricco e complesso di quanto suggerisca la nostra esperienza quotidiana. Proprio come la relatività ha insegnato che il tempo può scorrere a velocità diverse per osservatori differenti, la meccanica quantistica continua a rivelare aspetti della realtà che sfidano le nostre intuizioni più profonde.

Fonti

  • Daniela Angulo, Aephraim Steinberg et al., Experimental evidence that a photon can spend a negative amount of time in an atom cloud (Università di Toronto, arXiv).
  • Physical Review Letters (pubblicazione peer-reviewed dello studio).
  • Scientific American, Evidence of "Negative Time" Found in Quantum Physics Experiment.
  • Università di Toronto – Dipartimento di Fisica e Quantum Information.

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Simone Pollara

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